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Archive for the ‘il lamento della banshee reloaded’ Category

C’è questo concetto di errore che mi sta martellando il cervello da qualche giorno.

Ma facciamo un passo indietro. Anzi no, sticazzi, i flash back a meno che non siano al cinema -opportunamente sottolineati da cambio di luci e musica- sono anchilosanti fino alla linfostasi, lasciamo perdere.

Comunque dopo anni passati a cercare una serenità, del tempo per goderne, del lavoro bilanciato tra impegno novità e autonomia, a cercare di migliorarsi o almeno di esaltare i lati migliori e accettare quelli peggiori… insomma dopo anni post terapia a farsela prendere bene, arriva un periodo fatto di imput* tutti diversi.

Ovvero che senza l’errore non c’è stimolo. Che l’errore è divertente, la figura di merda è creativa, che dal disagio arriva la voglia di fare (ché quando stai bene non vuoi cambiare nulla) e che la serenità che cerchi, se dura troppo è una palla.

Ora. La devo masticare ancora un po’, sta cosa.

Ma come altre volte nella mia vita, ho sentito uno scattino interno, e quello quando scatta scatta, c’è poco da fare. Hai voglia ad ignorarlo, a dirgli no guarda ero al bagno ripassa un’altra volta.

Risultati immagini per clockwork

*A voi non interessa, ma io che ho una cattiva memoria me li segno, così un domani potrò dire che non me li sono inventati:

  • amica con cui sono andata al seminario a Catania, con cui facciamo una figura di merda ragguardevole. Io imbarazzata, lei: “va beh ma pazienza, alla fine queste sono cose che rimangono divertenti da raccontare per sempre”
  • lo yoga della risata (giuro esiste e ha basi neurofisiologiche) che non esiterei ad infilare tra le mie cosestrane ben riuscite, mezz’ora a ridacchiare senza alcuna ragione…e senza imbarazzo
  • il tentativo di riprendere psicoterapia con successiva ammissione che forse, pur avendolo desiderato per mesi,  non è l’approccio giusto per questo momento
  • questo post. Lei mi fa sempre ridere, e quando non mi fa ridere mi fa pensare
  • il convegno cicap, in cui ogni scoperta viene da errori. E che nella divulgazione, se non accetti l’errore, non puoi comunicare
  • amica che alla mia perplessità sulle paure che mi attanagliano in questo momento (eccerto che ce ne sono, il tentativo di farsela prendere bene mica vuol dire riuscita) commenta: “Non è che se sei preoccupata in questo momento, ciò ti qualifica come paurosa”. Etichettarsi da soli come difettosi, e poi rimanerne intrappolati
  • la mostra “dream” al chiostro del Bramante. E’ la parte “sbagliata” del sogno, che diventa messaggio. Mostra da vedere ( e sentire)

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Sono stata con un chitarrista per tanti anni,  oggi ho sentito un giro acustico e ho avuto flash nostalgico di tante serate con la colonna sonora suonata -e a volte composta- per me.
Sono stata con un uomo dalla voce ipnotica, e sentendo una canzone tempo fa mi sono tornati in mente dei giochi di parole su copriletti rossi .
Sono stata con un bugiardo esuberante, e nonostante lui non abbia davvero fatto nulla per meritare la mia memoria (a parte mentire con contagiosa convinzione) penso sempre con piacere ad alcuni particolari.
Sono stata con un amico dalla battuta pronta, non ci amavamo ma ci siamo divertiti – e accapigliati- un sacco, per sei mesi.
In mezzo e dopo, ci sono state piccole incursioni in mondi paralleli ed effimeri.
I miei uomini non sono stati molti, diversissimi tra loro e innegabilmente tutti con qualche pregio introvabile e peculiarità personali che non è possibile dimenticare – nemmeno per me e per la mia memoria discutibile.
Quello che mi manca non sono loro: ogni storia è finita esattamente quando doveva, con la sua dose di dolore ma non di insoluti.
Neanche ho nostalgia della me di allora: sono così goffa e faccio talmente tante figure di merda, che ogni giorno spero di essere un po’ migliorata rispetto al precedente (il quale possibilmente non deve tornare mai più, grazie tante!)
Men che meno rimpiango una convivenza maschile: in questa nuova casa ho tutto a misura mia e delle gatte ( e dei pipistrelli, ma quelli sono ospiti stagionali), e non ho alcuna fretta di metterla in discussione.
Quello che davvero mi manca è innamorarmi, l’impeto delle emozioni che ti sconquassa la concentrazione e l’appetito.
E’ plasmarsi poco a poco a vicenda, con fatica e compromessi e nasi sul collo e ricominciamo da capo che non ci siamo capiti.
E’ il divertimento -i miei uomini mi hanno sempre fatto ridere, è un requisito non negoziabile- e l’ironia da sfoderare quando ti chiedi che cosa ci stai a fare quel giorno in quel posto.
E’ mandarsi i titoli dei libri, raccontarsi gli interessi che non sono in comune e condividere quelli che lo sono, anche dopo anni, perché in fondo che ne so cosa sei diventato mentre ero distratta a vivere.
Sono i tormentoni di coppia, di cui qualche amico è al corrente o magari complice, e gli altri fanno spalluccia perché in fondo ogni coppia ha i suoi come i proverbiali buoi.
E’ la sensazione che da solo ce la fai, ma in due vuoi mettere.
E’ il privilegio di conoscere i punti deboli, di stare accanto quando stai male ( una roba che davvero concedo a pochi) è la puzza del dolore combattuta con il profumino vagamente affumicato del conoscersi.
La dimestichezza del tatto; l’arricchire un progetto tuo con il sogno di un altro; la malizia dell’attrazione a sorpresa dopo anni; il considerarsi insostituibili.
Quello che mi manca delle mie storie è durato troppo poco, perché forse dura poco in generale.
O forse, neanche esiste, magari è solo proiezione, che si sfalda non appena si accende la luce.
In quel caso, meglio sola. Che soli si sta benone, perché manca quello ma c’è tanto altro. E non accetterei di barattarlo per niente di meno. Quindi forse starò sola.
Ma comunque non voglio saperlo, perché se c’è una cosa che odio, sono gli spoiler.

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In un noto soscialnetuorc mi sono imbattuta in questo video bello, istruttivo e interessante (quindi pian piano vedrò anche tutti gli altri)

Il potere dell’empatia (Brené Brown)

Sono solo due minuti e mezzo, ce la potete fare.

Ora però voglio dire una cosa.

Tutti a dire “Volpe ti capisco” e “Bravo orso”.

Tutti a ridere dell’antilope (sarà un’antilope?).

Ma qualcuno si è chiesto come si deve sentire l’antilope ?

No.

Qualcuno si è chiesto perché l’antilope non scende nel pozzo?

Magari non può.

Magari avrebbe degli attacchi di panico talmente potenti che non sarebbe più utile a nessuno, orso e volpe in primis.

Magari teme di spaccare la scala, e poi vi voglio ad uscire.

Magari l’antilope quando è stata orso ha visto crescere le nuvolette fino a creare un mostro imbattibile che ha sopraffatto entrambi. Mi è successo a 17 anni, con una donna che non ho mai più visto (ah ecco, calcoliamo anche la paura di perdere la gente và.)

Bene, poiché, volente o nolente, io sono chiaramente l’antilope (non per tutto e tutti, ovvio, anche se la volpe penserebbe di sì) , vi dico questo:

“Sandwich?”

In fondo, anche i tristi mangiano, e forse di volta in volta ognuno ha un ruolo.

Non tutti siamo orsi, anche se ci piacerebbe. O almeno non sempre.

 

 

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…che la casa che mi piace mi sa che è stata venduta perché l’annuncio già non c’è più

…che ho dovuto decidere se separarmi da Nera, proprio ora che iniziamo ad abituarci a farle il baciazampa, perché si è prospettata la  situazione ideale per lei (una reggia e due umani al suo servizio)

…che questo natale è stato moscetto, sospeso, irto di amici in difficoltà, e io sono stata solida ma mi sono sentita di nuovo senza appoggio, proprio ora che iniziavo a lasciarmi andare

…che ho dovuto aprire gli occhi e rendermi conto che  i dolci non mi verranno mai bene, perché non mi piacciono quindi puntualmente dimentico qualcosa di abbastanza fondamentale tipo lo zucchero

Finito.

E anche il giorno è finito, quindi è già domani, quando scriverò qualcosa di giocondo.

riccio

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Carissimi.

Sono anni che ne parliamo. 

E’ ora di controbilanciare la tag  “il lamento della banshee”  con il tanto annunciato e mai pubblicato “manuale degli antidoti”.

Arriverà a morsi e bocconi, perché la consolazione si conquista cari miei, e perché la maggioranza degli antidoti che ho trovato in questi anni richiede una dote che va allenata: l’apertura mentale.

Capite bene che quando uno sta in modalità banshee vuole soltanto chiudersi in se stesso, per cui mica vi posso spiattellare tutti gli antidoti senza preparazione, altrimenti vi arricciate come puntarelle nel vostro inconscio e col manuale ci fate un focarello per scaldarvi i geloni dell’anima, e finisce lì.

Se non ricordate cos’è una banshee, e quando ne abbiamo parlato (in fondo era il 2009 sarebbe comprensibile) il link è questo.

Per degustare gli antidoti vi devo dire ancora una cosa: la disperazione si può esercitare con classe, il che è già un mezzo antidoto. Il recupero secondo me se ne dovrebbe fregare della classe, perché è come se voleste trasformare uno spirito etereo che vaga nei boschi irlandesi con lunghi capelli fluenti in questo:

rambo

Non si può andare troppo per il sottile, capite? E’ una metamorfosi impegnativa.

Ciò detto, procediamo con il primo antidoto:

Lo stupore .

Sai quando i bambini piangono, tu li ninni li culli li spupazzi li blandisci e quelli niente, lì a piangere come indemoniati? Cosa fate? Gli dite: “UUUUhhh guarda lì, guarda che bello!! ” (il dito indica una piantina moribonda, un piccione rachitico, un signore banalissimo e così via).

Il bambino smette, se non altro per chiedersi “cosa ci dovrebbe essere di bello?”

Infatti. Siccome siete adulti, e il piccione non vi basterebbe, dovete combinare lo stupore con il secondo antidoto: la bellezza.

Cioè, le cose che vi cercate devono essere belle veramente. 

Se siete così affranti da non riuscire a cercare, vi aiuto con un esempio:

http://gilbert-legrand.com/sculptures.html

 

 

(…continua)

 

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Il paguro è un granchietto che passa la vita a cercare la casa perfetta, non troppo grande né troppo angusta, e con quella sulle spalle se ne va sul fondo del mare facendosi i fatti suoi.

Ogni tanto qualcuno trova il paguro, lo prende per la conchiglia (Uei, fà attenzione, lo sai quanto ci ho messo a trovarne una intera senza lumaca??) dice che carino, dice che bravo guarda che bella casa che ti sei trovato, dice che animaletto interessante, dice che simpatico -anche se ne ha conosciuti di più simpatici, una precisazione di cui peraltro non si sentiva la necessità-  dice facciamo amicizia, il paguro esce dalla conchiglietta e quello gli dà una ditata.

Il paguro si ritira, ovviamente, con le chele in bella vista. “Ah ah non fai paura a nessuno (pure!), dai esci fuori”. Quello esce, un po’ di pace, altro idillio, e poi altra ditata.

Non capisco perché i paguri ispirano le ditate, comunque sappiate che al paguro non piacciono affatto.

paguri onlus paguro-mano

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Oggi sono caduta nella trappola metatemporale della domenica, in cui la consecutio temporum va a ritroso, e le azioni vanno viste come in un lungo flashback che si avvita su se stesso. E cioè.

Siccome volevo lavare il bagno,PRIMA ho attaccato delle mensoline, in modo da pulire poi tutto insieme. E siccome cercavo un vecchio piattino da attaccare PRIMA di riporre il trapano, mi sono imbattuta nella scatola dei miei quaderni agende lettere e altre amenità da grafomane di vecchia data. Qui c’è stato il salto quantico.

Il tempo esterno è diventato irrilevante, scandito solo dal ravanare di Creepy nei miei ricordi sparpagliati sul pavimento, e io mi sono ritrovata in mezzo a fogli divisi per anno: dal 93 al 99, dal 2002 al 2004, 2007, 1991…

Così ho scoperto per la seconda o terza volta che mi annoio e mi imbarazzo a rileggere quello che ho scritto in decenni di bansheetudine autocelebrativa, e alla fine ho buttato tutto. Tutti i quaderni, almeno. Per le cose che mi sono state scritte da altri, o per le agende, non sono ancora pronta. Ma per queste pagine fittissime di dubbi sempre uguali;  lettere mai spedite a persone di cui ricordo quasi nulla; appunti presi per non dimenticare; lunghissime dissertazioni psicoemotive, politiche, etiche, moralizzatrici, pseudocompetenti… Per queste sono pronta.

Pur sapendo che la mia memoria non ritroverà mai più quello che sto buttando, e nel secchio ci sono cose cui non avrò più accesso, non mi importa. Doyle ha ragione quando fa dire a Sherlock: “la memoria è una soffitta in cui val la pena di tenere solo cose utili, tutto il resto toglie spazio”

Aggiungo che la soffitta in dotazione non è uguale per tutti, e la mia è davvero piccina. E io non sono brava a tenere in ordine, quindi non posso neanche contare su un affollamento maniacalmente organizzato. Via tutto. Ho altre cose da fare, altre cose da vivere, altre da ricordare. Decluttering mentale, sapevo che prima o poi ci sarei arrivata. 

Buona domenica eh.

http://www.deniseinbloom.com/decluttering/

de-clutter_mind_map-copy1

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