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Diario d’India 1

18 gennaio

Avendo dormito 12 ore , cosa che non succedeva dal liceo credo, sono abbastanza fresca e lucida per poter iniziare i racconti.

Non c’è molto da dire sul viaggio fino a Hyderabad, a parte che:

Lo scalo tra primo e secondo volo era a Doha, di cui però ho visto solo il grosso aeroporto a forma di omino. Però posso dirvi che sorvolare il Qatar di notte fa un po’ l’effetto di essere un drone lanciato sopra ad un parco giochi, con la ruota panoramica, le luci, e le varie attrazioni collegate da strade di luce immerse nel nero.

I colleghi, incontrati durante il secondo imbarco, sono simpatici e sorridenti, benché stravolti dalla stanchezza tanto quanto me.

Ad Hyderabad, appena scesa: un odore di primavera, mischiato ad un sentore di riso tostato e una fragranza che poi ho scoperto essere guayaba, oltre naturalmente all’odore di motori e cherosene tipico di ogni aeroporto. Il primo impatto olfattivo di un posto è importante, dà una cornice a tutto quello che viene dopo.

E’ a partire del viaggio in macchina che la faccenda si fa interessante. Perché qui il concetto di corsia è estremamente elastico, quindi non si può realmente parlare di sensi di marcia e pertanto, tecnicamente,  neanche di contromano. L’asfalto è liscio, molto curato, e gli indiani non mancano di sfruttare questa qualità cercando di superare i 100km/h su qualunque tipo di strada, che sia un’autostrada o una monocorsia locale.  Per poter andare a un ritmo così sostenuto, è necessario comportarsi come se la via fosse sgombera. Purtroppo, non è così.  Dice ma come fai. Facile: tu vai veloce, poi  quando stai per superare, o sei contrariato, o vedi uno che ti viene contro, o vai tu contro qualcuno, suoni.  O fai gli abbaglianti. I più virtuosi faranno entrambe le cose.  Direte ma allora stanno sempre tutti a suonare. Infatti.

Che tipi di veicoli puoi incontrare?

  • Le moto. C’è un solo tipo di moto, delle honda vintage molto belle. Sulle quali si va in quanti si è: in coppia, in coppia con i figli (massimo quattro persone), in coppia con degli oggetti (due più televisore, due più valigie ecc), e naturalmente anche da soli. Ho visto uno che portava una capra, ma solo uno quindi non credo che alle capre piaccia molto come mezzo di trasporto.
  • Risciò a motore. Molto belli, colorati e Sembrano la versione moderna delle carrozze, la principessa che è in me (c’è, c’è) ne è rimasta incantata. Se ci fossero in Italia ne comprerei uno. Piacciono anche alle capre, perché ce ne ho viste.
  • A vario stadio di modificazione. Ci sono carcasse che praticamente volano sulle strade, altre che hanno sviluppato tumori (di solito sono casse che fanno da subwoofer , gli indiani con la musica non sono molto sobri), altre ancora talmente cariche che credo in una vita precedente fossero autobus e non ricordano di essere trapassate.
  • Ho visto solo degli enormi cassoni risalenti al colonialismo inglese. Belli, ma è la ruggine a tenerli insieme, e la tappezzeria è irriconoscibile. Lo dico perché i collezionisti non si illudano, non c’è trippa per gatti mi dispiace.
  • Di forme e dimensioni diverse, ma sempre decorati. Sono quelli che hanno preso meno sul serio il concetto di contromano, o forse sono io che vedendomi vedere addosso un bestione con Ghanesh disegnato sul parabrezza (no, tranquilli, in mezzo tra i due posti, la visibilità è conservata) tendo incomprensibilmente a spaventarmi. Eppure lo so che il nostro autista è un jedi, di cosa mi preoccupo? Occidentali fifoni.

In tutto questo, ricordate che la guida è a destra (altra eredità inglese) e che siamo nel 2020, quindi tutti tutti ininterrottamente fanno delle cose col cellulare: scrivono, litigano, rispondono, leggono. Dite come fanno. Come fate voi, ma a 100 all’ora. Oh, c’è chi può. Verrebbe da dire che siano abbastanza fatalisti riguardo agli incidenti. Invece no. Con un sorpasso troppo azzardato scatta la rissa, e nonostante i pedoni siano i grandi assenti tra i protagonisti della strada, ci sono eccome, e se per caso muoiono, scatta il linciaggio. E’ un paese passionale.

Il paesaggio è del tutto peculiare, passi tra grandi risaie a perdita d’occhio, tra paesi  rurali di casette nei container come quelli africani (ma hanno colori e merci nei negozi completamente diversi), accanto a pacchianissimi edifici con decorazioni in cemento colorato,  specchi d’acqua artificiali usati per riserva idrica e per la pesca.

Man mano che ci si allontana dalle città più grandi , l’abbigliamento diventa sempre più tradizionale. Le donne hanno dei sari meravigliosamente colorati , che vanno indossati con una tecnica di piegature e nodi specifica per mantenere la forma in qualunque posizione. A me si srotola anche l’asciugamano messo sui capelli dopo la doccia, quindi il fatto che il sari rimanga in posizione mentre si siedono a terra, o sulle moto (rigorosamente alla cavallerizza), o mentre lavorano, sembra un superpotere.

Attualmente siamo nella sede di Khammam, vedrò la mia sede finale lunedì, pertanto avrò tempo di presentarvi l’associazione e il compound di cui fa parte. Intanto, benvenuti nel Telangana.

19 gennaio. Temperatura, 22-26 gradi

Oggi, approfittando della domenica, siamo rimasti a studiare nella sede e poi, nel pomeriggio ce ne siamo andati a fare una bella passeggiata a Khammam città.
Si perché noi siamo un po’ fuori, in un posto tranquillissimo. Con mia grande gioia, abbiamo preso il risciò a motore (o apecar, se preferite) e ci siamo ritrovati catapultati nel casino della città. Bazaar, macchine, moto, supermercati, fili elettrici arruffati, strade perfettamente asfaltate oppure sterrate, polvere, file di carretti con piramidi di frutta ordinatissime, tantissimi ospedali (uno dei nuovi business qui in India sembra sia quello della salute), persone che ti fermano per farsi le foto insieme (non è una zona molto turistica, per loro siamo buffissimi) , e naturalmente l’addestramento jedi per attraversare la strada (c’è la tecnica, ed è uguale a quella che si usa per trattare con gli animali feroci: passi lenti, mai indietreggiare, mai titubare).
Sono anche riuscita a ritirare, finalmente.
L’esperienza del bancomat qui va fatta, perché è la sfida ad ogni regola di sicurezza, privacy, e salute.
Salute perché gli stanzini con gli atm sono sporchi, caldissimi e pieni di zanzare.
Privacy perché gli altri che devono ritirare ti stanno letteralmente addosso per tutto il tempo (immaginate i capannelli che si formano attorno ai banchetti di gioco d’azzardo, e capirete l’assetto), e sicurezza perché costoro non è che si girano pudicamente quando ritiri o digiti il pin, o magari fanno i vaghi chiacchierando tra loro. Macché.
Ritirare qui è un fatto sociale, la gente ti sta addosso, ti chiacchiera , ti dà consigli, smette di parlare al telefono e disquisisce. CON TE.
E il bello è che chi ritira sta lì mica infastidito. NO. Chiede consiglio, risponde, si fa aiutare con la procedura, digita il pin, prende i soldi, li conta, tutto lì insieme agli altri. Che fanno da pubblico interattivo. E mica si conoscono tra loro.
Dite ma allora sai i furti? No.
L’invisibile legge del bancomat evidentemente non lo consente.
Per dire, sopra al bancomat c’era una carta di credito dimenticata da chissà chi. Chiedo a quelli prima di me (stavano ancora lì, avevano fatto amicizia nel frattempo) “E’ vostra?” loro “No”. Fanno cenno di lasciarla lì. Prima o poi, il proprietario tornerà. Da quanto tempo era lì? Ore o mesi? Mah.
In compenso, prima di entrare nei negozi ti fanno lasciare le borse ad un banchetto fuori. La spinta a rubare, evidentemente, si accende a intermittenza, e solo nei posti in cui ci si aspetta che uno rubi.
(Invece le scimmie sono tremende, se vedono qualcosa di interessante te lo strappano letteralmente dalle mani. Così è la vita. Mi sa che Darwin non è mai venuto in India)

Un altro episodio che va raccontato è la cena al ristorante. Diego, che ne ha provati diversi, ci porta in uno dei più buoni della città, dove se chiedi che sia non piccante, lo è davvero pochissimo (non è da tutti), è abbastanza pulito, illuminazione d’atmosfera… Insomma, chic.
Come dovunque In India, si mangia con le mani. Anzi, solo con la mano destra.
Dite perché?
Per capirlo bisogna fare un passo indietro, anzi, in fondo a destra. I bagni, infatti, qui sono come in tutto l’oriente, ovvero alla turca, e senza carta igienica. Lo considerano sporco, lavarsi senz’acqua. Infatti al posto del portarotolo c’è un rubinetto e una brocchetta. Se fai un bisogno piccolo, prendi un po’ d’acqua e ti dai una sciacquata. Se fai un bisogno più grande, ti lavi con la brocchetta. Non so assolutamente come facciano ad asciugarsi quindi non me lo chiedete.
Dite che c’entra. E’ che tutto questo si fa con la mano sinistra, che anche se poi esci e ti lavi le mani (entrambe), rimane comunque la mano impura.
Così poi mentre mangi non la puoi usare, sai che schifezza. Usi solo la destra, la sinistra se la tieni proprio sotto al tavolo è meglio.
Con la destra ad esempio fai delle palline con il riso, cementandole alla meglio con le salse, e le porti alla bocca… E se ne vuoi ancora? O altra salsina?Che fai usi la sinistra? No. Usi la destra? No, è tutta sporca di riso e salsine, imbratteresti i piatti. FACILE! il cameriere sta lì vicino, e ti serve lui, ogni volta che vuoi, con quello che vuoi.
Se per caso ti sbagli e fai per prendere qualcosa con la mano sinistra, si precipita a servirti PER CARITA’ NON FARLO gli leggi negli occhi, come se avessi deciso di toglierti i calzini e risolvere la cosa con gli alluci. (In più, la povera Diana è mancina, per lei doppia difficoltà!). Insomma anche qui la privacy.
Il naso ti cola per via delle spezie? MA CHE SEI MATTA E’ SCORTESISSIMO usare i fazzoletti. O impari a controllare i tuoi liquidi e non smoccioli, o tiri su (oppure ti dai un’asciugatina col fazzolettino furtivamente con la sinistra come ho fatto io, e ti fai guardare malissimo se ti beccano, come ha fatto lui con me).
In compenso, tutti ruttano, uomini e donne, senza problemi. Così è la vita.
Ma cucinano meravigliosamente..una cena buonissima e pantagruelica, abbiamo ordinato per due e a malapena ce l’abbiamo fatta in quattro.
Quindi poco voraci, e pure zozzi“, avranno commentato tra loro i camerieri dopo averci tenuto d’occhio tutta la sera. Voglio rassicurare gli amici che fanno i camerieri: abbiamo lasciato almeno un 20% di mancia per non essere proprio schifati per sempre.
In tutto, comunque, 3€ a testa, mancia compresa. Ve l’ho detto, è una zona poco turistica.

 

21-1-20

Bonakal.

Prima impressione, un girone infernale.

Le mosche, soprattutto.

Poi, poco a poco… sorrisi, qualche familiarità, e il prezioso Nicola che rende pensabili delle libertà altrimenti neanche immaginabili. Un posto faticoso, comunque.

Per carità, son venuta apposta!

Ma devo magnà de meno. Oggi primo workout, con tutorial scaricato. Utilissimo per tenere i tempi. Ma mi sudo anche l’anima, e sembro interamente composta di sabbia bagnata. La cena andrà ridotta drasticamente.

24 gennaio.
Dopo la sveglia, il lavaggio dei panni di ieri, e una breve rinfrescata (dopo ginnastica assolutamente doccia, quindi di mattina posso lavarmi con minore meticolosità), ecco un piccolo aggiornamento.
Sono quasi le 7 (ora l’una, ho scritto stamattina), e desidero fortemente un caffè.
Abbiamo portato una moka, e del caffè italiano, quindi viziatissimi fin dalle prime ore del mattino. L’unica cosa difficile è accendere il gas, perché inspiegabilmente gli accendigas non funzionano con noi, solo con loro. Così ho comprato un accendino, e dopo aver perso il primo, ne ho comprato un altro. Ora ce l’ho da due giorni, non sono mai riuscita a tenermi un accendino in tasca per così tanto tempo, neanche quando fumavo. Vedi a volte la motivazione.
La struttura di Bonakal è piuttosto grande, si tratta di un convento con chiesa (beh che vi aspettavate, che la chiesa mancasse in un convento. E su), due edifici uniti da un cortile, e un’aia posteriore che ospita il pollaio, la lavanderia , un ricovero per 4 capre e 2 belle bufale purtroppo legate, e una fila di laboratori coperti per attività varie.
Ci sono alcuni cani molto simpatici, anche loro legati , che dovrebbero servire a spaventare le scimmie, di cui c’è una famiglia che vive proprio qui. Passeggiano minacciosamente sul muro che circonda la proprietà, sbattono sui tetti in lamiera dei ricoveri, e talvolta fanno acrobazie sui cornicioni degli edifici principali. Sono arroganti e pericolose, oltre che sfacciate e impunite ladre di cibo. Cominciano a starmi veramente antipatiche.
Il tutto (animali, edifici, umani) è circondato da un giardino, che è curato e fiorito davanti, e UN MACELLO dietro, dove c’è l’aia.
Non si sfugge all’entropia.
Uno degli edifici è completamente occupato dalle ragazze e bambine disabili per le quali siamo qui. Al piano terra c’è l’ala della fisioterapia, e un grosso stanzone con i bagni dove le ragazze vengono cambiate e fanno il pisolino pomeridiano. Al piano di sopra, lo stanzone dei dormitori, con altri bagni credo. Non sono ancora salita, ma lo farò.
Nell’edificio corrispettivo, ci sono le suore, che tra strutturate, novizie e accolite saranno una ventina, più io e Nicola, le dispense, la cucina, le sale studio, e di sopra le stanze per dormire. Insomma, grande.
Ci sono degli animali che non ho menzionato, ma che invece rappresentano la comunità più numerosa: mosche, e pidocchi. Sono onnipresenti.
Le prime colonizzano il cortile, parassitano il cibo caduto a terra (che è molto, alcune ragazzine non ci imbroccano molto con la mira), si posano su occhi e bocca di quelle immobilizzate, soggiornano su ogni ripiano.
I secondi, infestano le capoccette di tutte. Con il risultato che le ragazze vengono periodicamente rasate a zero, rendendomi ancora più difficile il già difficile compito di ricordarmi nomi e facce. Lo sapete com’è la mia memoria.
Ecco, questi, nulla mi farebbe più felice che sterminarli.
E il primo animalista che si erge in difesa “perché sono creature anche loro”, scatta la rappresaglia, quindi occhio.

Oltre alle suore, che si alternano nella cura delle ragazzine, ci sono delle inservienti fisse. Saranno una decina. Molte sono donne con handicap, alcune sordomute, altre con deformità, e poi ci sono le ragazzine più grandi che si prendono cura delle più piccole. Tra cambiarle, vestirle, e accudirle c’è tanto da fare, senza contare che quelle tra loro che hanno disturbi dello spettro autistico o iperattività, sono inafferrabili, rumorose, e boicottano tenacemente i vezzi tipo “tenere i vestiti addosso” o “andare in bagno per farla”. Insomma è un bel casino. All’entropia non si comanda, come vi dicevo, e con i bambini ancora di più.

In tutto ciò, sono molto simpatiche e ci tengono a salutarti (anche quelle che non parlano) ogni volta che ti incrociano, ti mostrano le loro bùe, ti spiegano cose in telugu, ti sorridono, ti indicano quelle che non possono muoversi o che stanno cercando di attirare la tua attenzione ma che tu non hai ancora salutato.

Nel bene e nel male, una comunità.

 

Avrei tanto voluto pubblicare questo insieme di post (scritti tempestivamente e messi altrove) inserendoli ordinatamente nel loro mese, e cioè agosto scorso.

Ma purtroppo non so come si fa, e non ho proprio voglia né tempo di mettermi a studiare wordpress per fare una cosa del genere. Anche perché mancano 5 giorni alla partenza e sto perdendo la sanità mentale in molti altri modi più meritevoli.

Quindi, li incollerò alla bell’emeglio perché peggio di una cosa fatta male c’è solo una cosa non fatta. (I perfezionisti non saranno d’accordo con me, ma lusingare i perfezionisti rientra tra le “cose del genere” di cui sopra.)

Solo una considerazione: nell’epoca delle immagini (anzi, dicono quelli ce ci capiscono che siamo già nell’era dei video) e dei contenuti brevi e d’impatto, io ho scelto di fare dei post lunghi e privi di fotografie, perché volevo ritrovare il gusto di scrivere impiccandomi con le descrizioni per far immaginare la situazione al lettore. Che stratega del marketing eh?! Questo ha avuto l’ effetto collaterale di falciare tutti coloro che non amano leggere, o che si spaventano con i post lunghi.

Se siete tra questi, ricordatevi il buon Pennac e i punti 1) e 2) del suo decalogo dei diritti del lettore (Il diritto di non leggere e il diritto di saltare le pagine), e guardate solo le poche foto.

Ghana, giorno 1.
Tra le tante cose belle e sorprendenti di questa parte d’Africa, quella che non vedo l’ora di fotografare per prima è la incredibile ammucchiata di decine di nidi fatti a pallina su un unico albero. Che a quel punto sembra un albero di natale molto esotico e vivo. Gli uccellini sono colorati di colori sgargianti e le palline sono perfettamente tonde.

nidi a pallina.jpg

Ghana giorno 2.
La città di Elmina è molto caotica, poverissima e puzzolente. Qui dappertutto la latrina è un canale all’aria che gira lungo le strade della città, questo comporta un proliferare di insetti difficili da identificare, e qualche preoccupazione su dove mettere i piedi. Non aiuta il fatto che i rifiuti vengono buttati dove capita, e che cani galline e caprette (bellissime) vivono pure per strada. A fronte di questa situazione di dubbia igiene, gli autoctoni sono: belli, ben vestiti ( tutti vestiti su misura) e talmente puliti che ho pensato che le stanze di queste casette minuscole fossero in realtà foderate di sapone e loro ci dormissero immersi dentro.
Ma torniamo ad Elmina, dove c’è il castello-fortezza in cui gli schiavi venivano stipati (letteralmente) prima di essere imbarcati per i Caraibi. Il posto è impressionante, e claustrofobico, e ha un odore che non dimenticherò. È l’odore della paura, della morte e dell’ingiustizia.
È un’ingiustizia che non è colpa tua, e anche fosse, non ci sarebbe risarcimento immaginabile ( né avrebbe senso pagarlo tra discendenti), anzi ti fa capire ancora una volta quanto gli esseri umani siano tutti uguali nell’essere merde.

Va beh sapete come la penso sulla specie fallimentare.
Ad oggi le guide sono molto preparate e professionali, la visita è d’impatto ma senza annichilire, e il posto è molto curato.
Decisamente da vedere. Anche perché è immerso in questa Elmina così ostica.
Sì perché se dappertutto è come ho descritto all’inizio, ad Elmina che è un porto estremamente attivo si aggiunge una puzza di pesce che spettina, e le strade sono così strette che la famosa latrina diventa un’opzione plausibile rispetto alla morte sotto una macchina.

Tornando, abbiamo beccato un funerale, una festa di strada con canti e balli, bella ma lenta abbastanza da pensare di essere trapassato anche tu, e poi tornate a Takoradi abbiamo avuto uno spaccato di vita modernissima al supermercato ( identico ai nostri), perché bello tutto ma a na certa vorrai cenare?!
Solo expat e facoltosi ci vanno, quindi… era pieno di gente, perché qui è così. Tanta gente, di tanti tipi, tutta mischiata. Molto più mischiata che altrove.

 Ghana giorno 3.
Oggi approfittando del fatto di essere tutti e tre, siamo andati in paradiso.
Senza essere morti, peraltro: innegabilmente un bel vantaggio.
Intanto dovete sapere che la strada per il paradiso è sterrata, e con un po’ di intraprendenza ci potete fare una specie di rally, cosa che rende il viaggio estremamente divertente.
Intorno, foresta e qualche villaggio. Palme da cocco e da datteri che svettano, e uccelli -mai visti da noi- che qui ovviamente sono normali come i nostri tordi e tortore.
Dopo un’ora e spicci, la strada che intanto è diventata un sentiero assediato dalle piante, si apre su uno spiazzo.
Davanti, l’oceano. Bicolore: rosse le onde tinte di sabbia, e blu più avanti. Bruma salata che ti viene incontro, cornice di palme e sabbia color sole.
Tra te e il mare un chiosco , diversi gazebo ricoperti di paglia, e alle tue spalle un bel giardino con sparsi qua e là diversi bungalow circolari, rossi, decorati con sassolini o conchiglie. A completare il tutto, dei bambini ( Ve lo dico quanto sono belli? No) che fanno lezione seduti ad un tavolo con la maestra seduta anche lei che spiega, due cuccioli di cane che giocano, odore di cucinato che si insinua nel vento.
Il paradiso, appunto.
Il paesaggio è ampio: a destra e sinistra la terra (ricoperta di foresta: il Ghana è verde ogni volta che può) si allunga, delimitando una larga baia che ospita un villaggio, il lodge paradiso, altri edifici più lontani, e dei pescatori che tirano delle barche in fondo a sinistra. Se fosse un abbraccio, tu saresti più o meno sullo sterno.
L’oceano fa un casino, un cabarettista roboante, e le foglie delle palme da cocco, scosse dal vento, applaudono di quando in quando con un ciac ciac ciac ciac entusiasta. Come se ne avesse detta una davvero forte.
In paradiso si mangia benissimo, pesce e verdure freschissimi, aragosta, riso.
La spiaggia invita a lunghe passeggiate.
Ci sono delle lucertole simili a piccole iguane, bicolori, che fuggono indispettite quando gli capitate vicino.
Voi penserete ora che sia tutto perfetto, ma invece ci sono dei piccoli difetti che rendono tutto ancora più ideale, intanto perché danno quel tocco umano che ti fa sentire a tuo agio, poi ti danno l’idea di poter migliorare. È come il giorno prima della festa, dà un senso di anticipazione e possibilità.
Insomma il paradiso è leggermente imperfetto, si applaude da solo, e ti rimpinza a buon prezzo.
Stavolta vi metto una foto ma non vi ci abituate.

hydeout lodge

Ghana giorno 4.
Oggi il nostro carnet di viaggio prevedeva la riserva di kakum, una foresta pluviale la cui attrazione principale è una serie di ponti tibetani sospesi a molti metri da terra.
Decisamente d’impatto, con la foresta sconfinata sotto e il ponte dondolante nel nulla, ma noi ci eravamo bardate come indiana Jones e una sola oretta a fare le scimmiette non ci bastava, così abbiamo insistito con la guida per camminare nella foresta.
Ne è uscito fuori un bel sentiero, non difficile né troppo lungo ma comunque soddisfacente tra liane, alberi di ebano e altri, meravigliosi, con la base come fatta di enormi lembi di stoffa di legno sinuosamente allargati, emergenti dal suolo e man mano che sali con lo sguardo confluenti in un unico tronco svettante per metri e metri sopra la testa.
( Se siete sopravvissuti a tutti questi participi presenti mi complimento con voi)

La guida, una bella ragazza inizialmente timida che probabilmente avrà pensato che fossimo completamente matte a voler camminare senza alcuno scopo nell’afa e tra le fronde, ci ha portato a vedere sia la casetta sull’albero già in funzione sia la nuova, destinate entrambe a quei viaggiatori che volessero vedere gli animali. Il parco infatti è pieno di scimmie, pangolini, uccelli, ma è possibile vederli più facilmente di mattina molto presto o la sera.
Noi abbiamo visto solo termitai di vari colori e fiumi di formiche da guadare correndo per evitarne il morso.
E sentito il richiamo di due tipi di scimmie.
Il pranzo nel ristorante del parco è stato… istruttivo diciamo. Ho finalmente assaggiato il fufu, che si è scoperto essere un semolino tremendamente colloso usato come carboidrato in molti piatti ( la mia era una zuppa indefinita con del pesce in via di accreditamento come cibo).
Non lo riprenderò, ma era d’uopo.
Poi tornando non ti vuoi fermare a vedere i coccodrilli? Ma sì.
Tanti anni fa questo tizio arriva, vede due coccodrilli, gli piace il posto, compra tutto e costruisce: un bel lago per loro che iniziano a proliferare, un ristorante, un albergo, una spa per gli umani che li vogliono vedere. Insomma di tutto. Ora queste bestie le puoi anche toccare, sono completamente fatte di cibo, ma mi hanno fatto un po’ pena quindi gli ho risparmiato l’ennesima smanacciata dell’umano in cerca di foto. Che insomma uno sta digerendo arriva il bambino a toccarti la panza, mi sembra da scostumati.
forseta

Ghana giorno 5.
Oggi siamo state in un posto incredibile che si chiama nzulezu. Arrivi al paese, paghi il biglietto e l’immancabile extra ( mancia, aggiunta, tassa, dategli il nome che preferite) e con una passerella in legno arrivi ad un ruscello in cui sono ormeggiate delle canoe, purtroppo a motore.
In realtà più che un ruscello è un corso più profondo scavato in una vastissima palude alle spalle del villaggio, l’acqua è ricoperta di piante e bellissime ninfee di molti tipi differenti, con fiori rosa grandi, bianchi grandi, bianchi piccoli.
Il tragitto in canoa si addentra inizialmente tra due ali di vegetazione, alberi, canne. Di tanto in tanto si alzano in volo uccelli color mattone dalle zampe lunghe.
Ci sarebbero anche scimmie e coccodrilli, ma il motore li tiene lontani. Avete capito perché volevo quelle a remi?
Il corso d’acqua si apre improvvisamente su un lago immenso.
Le nostre guide, due trentenni dallo sguardo furbo, sono molto solerti nel farci sapere che l’acqua del lago è potabile. Beh io sono una spartana ma voglio rassicurare il mio papà che l’acqua del lago non l’ho bevuta.
Alla fine del lago si arriva ad un villaggio su palafitte. Tutto di legno, stupendo. La “main street” è una passerella, su cui si aprono le case ( hanno elettricità, c’era la TV in una). A metà strada c’è un capanno curato che fa da ufficio comunale. Due immancabili minuscole chiese. In fondo, la scuola. Che è un amore, con i banchi accatastati ( ora niente lezioni) e delle immagini alle pareti per memorizzare. Davanti c’è una parte senza case, solo acqua.
“È il campo di calcio”, dicono le guide.
Sì, ho fatto la stessa faccia che state facendo voi.
Ma da febbraio a maggio c’è la secca.
Oltre al pesce coltivano delle terre dall’altra parte del lago.
Hanno anche una guest house, casomai voleste rimanere per la notte, vi informo che potete stare tranquilli: ci sono le zanzariere!

città galleggiante

Ghana giorno 6.
Oggi solo shopping e mangiare.
Giornata di tutto relax quindi ovviamente siamo stanchissime.
Del mercato di Takoradi vi racconto quando posso, ora cerco di riinfilare nello zaino gli indumenti che c’erano all’inizio. Come ogni backpacker sa, è un’impresa quasi impossibile.
Ma domani inizia la parte itinerante, è necessario ricomporre le suppellettili.
Da ora in poi non garantisco aggiornamenti fragranti.

Ghana giorno 7
Sveglia presto per partire da Takoradi alla volta di Accra. Pensavo di replicare l’esperienza formativa dell’autobus tanzanese tanti anni fa, con un grosso parcheggio e mille bus intrecciati senza indicazioni sulla destinazione e senza orario, che partono divincolandosi dalla matassa senza alcun preavviso.
Nella cui stiva buttavi il tuo zaino sperando che nessuno lo prendesse nelle tappe intermedie.
Invece questo è il Ghana, ed è oggi. Era difficile mancare il parcheggio visto che sul cancello c’è un altoparlante che ripete “Accra, bus for Accra” a tutto volume già due ore prima della partenza. I bus sono nuovi, con la scritta digitale della destinazione, aria condizionata, il bagaglio viene pesato etichettato e stivato con una cura che a Roma non ho visto mai.
È prevista una tappa-pipi a metà strada, in un bar grazioso davanti al quale fanno dei boflut ( street food fritto, scandalosamente buono) divini.
Accra è una città immensa, contraddittoria, piena di negozi in stile occidentale e africano. Trafficatissima. Il concetto di corsia è molto elastico, e se avete visto Harry Potter e avreste tanto voluto salire sul Nottetempo, qui ne avete la possibilità. I mezzi ( bus, Trucks, macchine, motorini) riescono ad infilarsi in spazi chiaramente più piccoli della loro larghezza, lo sanno fare tutti, è proprio una qualità di queste parti. Solo che nel film loro si sentono schiacciare nel processo, nella realtà invece l’interno non viene deformato affatto. Questa è vera magia, ora lo scrivo alla Rowling.
Il quartiere dell’ostello è davvero scoraggiante, strade minuscole e distrutte, e ti aspetti un tugurio.
Invece l’ostello è delizioso, c’è un cortile interno nel quale ci siamo arenate da ore, un po’ per la stanchezza un po’ per sistemare alcune questioni grazie al WiFi. La nostra stanza è enorme, con il bagno dentro, e i gestori gentilissimi ( qui veramente lo sono tutti)
Purtroppo si mangia molto bene, quindi il nostro bivacco è anche molto alimentare.
Scatta il toto-kg: quanti ne prenderò?
Domani si va in montagna, magari i trekking aiuteranno.

Ghana giorno 8.
Tra cambiamenti di programma e ricerca di alternative, ci imbattiamo nel Chale Wote street art festival. Ad Accra.
Accra è assurdamente grande, trafficata e piena di smog. Per fare 5 km, mezz’ora, e a volte si sta fermi.
Il quartiere del festival è proprio sul mare, ci accorgiamo di essere nella zona giusta perché le casse per strada sono più grandi dei negozi (che sono dei casottini colorati col tetto di lamiera, di solito).
Tra strade in terra battuta, l’immancabile fossa dei liquami a vista, gli odori che si mischiano, le persone che ci chiamano, sbocciano edifici più grandi che nascondono cortili. In questi, la parte residenziale del festival: quadri, dipinti, un ristorante in stile misto africano e europeo, e soprattutto artisti impegnati a creare graffiti. La musica arriva da ovunque: enormi casse, piccole radio, automobili, negozi.
Nei prossimi giorni ci saranno un sacco di eventi. Noi non ci saremo, ma casomai foste ad Accra, fatevi sentire magari vi diamo un buon indirizzo

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Ghana giorno 9. Compleanno dei 42
Arrivare da una parte all’altra della città, ieri, è stato veramente difficile. Il traffico è stremate. Ricompensate però da una notte da principesse: ognuna in un letto misura francese, con cuscini ovunque e doccia quasi calda. Stamattina dopo una colazione appropriata ( omelette con le cipolle, qui il fegato lo educano fin dalle prime ore di veglia), siamo comodamente arrivate con Santo Uber a Kokrobite.
Il big millys è bello, curato, organizzato. Le stanze sono graziose casette circolari, con un buffo bagno senza soffitto. Ci sono dei gatti, uno per fortuna si fa accarezzare, ero in astinenza. Deve aver pensato che fossi una tossica delle carezze, l’ho praticamente placcato mentre si faceva i fatti suoi.
Qui nel lodge fanno lezioni di surf. Dopo un pranzo discutibile, noi e un ragazzo della Polonia ci siamo ritrovati a provare le prime discese in acqua.
Iaia poverina combatte con una sacroileite, quindi ha dovuto desistere…
Io invece ho provato quella sensazione ben nota di quando non vuoi smettere finché non ti riesce. Avete presente? Ti sale il veleno, e a ogni caduta ti rialzi più determinato. Smetti per stanchezza mica perché ci sei riuscito. A me infatti di mettermi in piedi è riuscito una volta sola, a un certo punto( e le grida di giubilo hanno svegliato pure gli antenati), ma per il resto mi sono sbraciolata sulla tavola cercando di tirarmi su e basta.
In serata, prima del concerto reggae, c’è stata la performance di un team di acrobati-giocolieri incredibili! Altissimi livelli ( infatti li hanno chiamato in diversi paesi), per di più simpatici.
Difficile descrivere uno spettacolo acrobatico, quello va visto e basta ( ebbene sì, su di loro sono disposta ad arrendermi alle foto).
Il concerto reggae continua, noi abbiamo assistito un paio d’ore, e ballato con ghanesi e ospiti del lodge di ogni paese. Non abbiamo fatto una figuraccia dai. Ma ora ho le braccia che mi stanno cadendo, e domani altra lezione. Riusciremo a dormire con il subwoofer che spara a cannone?
Secondo me si.

big milly's

Ghana giorno 10.
Visto che oggi ho letto, fatto pratica di surf, e chiacchierato con un italiano che vive qui da 20 anni, quindi tutte cose che già immaginate, ne approfitto per raccontarvi un po’ la situazione generale.
Il Ghana che abbiamo visto finora è molto povero, per gli standard occidentali, con case minuscole dal tetto in lamiera, tutte vicine, fogne a cielo aperto, una quantità scoraggiante di rifiuti a terra, strade in terra battuta devastate dalle buche e animali pulciosi ( gatti, cani, capre, galline, qualche raro maialetto) che scorrazzano ovunque.
E anche però edifici in muratura, grossi palazzi di multinazionali, benestanti con attività molto avviate , alberghi e bed & breakfast in stile occidentale, professionisti che vanno al lavoro in tro-tro scrollando sul cellulare, coppiette che tubano guardando l’oceano, feste danzanti, famigliole in gita, macchinoni 4×4, enormi scuole private con adolescenti che cercano il modo di studiare il meno possibile come ovunque.
Questa dicotomia risulta strana solo perché ognuno è abituato alle proprie contraddizioni, e le altre gli sembrano da matti.
Per dire, ci sono tanti occidentali che vengono qui a fare i volontari, o a fare tirocinio, o a fare i turisti tra un volontariato e l’altro, o a sentirsi utili in qualche altro modo.
È contraddittorio, vieni a conoscere un mondo diverso ma prima ancora di saperne qualcosa, lo vuoi cambiare. Eppure ci sembra normale.
Per ora io sto solo guardando, come sapete ho un problema con l’inquinamento quindi quello è l’unico punto che faccio fatica ad accettare. Per il resto, posso dire onestamente che ancora non ho capito niente.
Però una cosa la so: tornerò con il doppio della voglia di ridurre il mio impatto ambientale, perché siamo proprio sulla stessa barca, e se non facciamo ognuno la propria parte, tra un po’ in Africa ci possiamo arrivare saltando sui rifiuti. Molto pratico ma oggettivamente: brutto.

Ghana giorno boh, 12?
E così abbiamo fatto anche l’imperdibile esperienza del tro tro, un camioncino tipo il transit con dentro i sedili. Quando non c’è il bus, e il taxi costa troppo, ci si muove così. Contano una quindicina di posti, e sul tetto mettono qualunque cosa: borse, zaini, frigoriferi, mobili, sacchi di carbone, tutto.
Alcuni sono regolari, fai il biglietto diciamo, ma la maggioranza è in mano a privati, e ci sali al volo o dopo aver contrattato con l’autista.
Gli uni e gli altri hanno una caratteristica in comune: partono quando si riempiono, non è che c’è un orario. Glielo devo dire all’ATAC che tanto comunque con gli orari non ci ha mai preso un gran che.
In quelli cittadini, la gente sale e scende di continuo, e quindi alzati scansati scala più in là no aspe quella busta è mia, no è mia, va beh, vuole un boflut? sì grazie.
Nel nostro, che è l’unico mezzo per arrivare a keta distante più di 3 ore, ci siamo seduti e così siamo rimasti. Tutti incastrati con le borse.
Però con l’aria condizionata.
Alla stazione dei tro tro, quando parti, e a tutti i caselli, i luoghi di rallentamento, le città che si attraversano, ti corrono incontro dei commercianti che vendono qualunque cosa di cui tu possa aver bisogno. Portano sulla testa: teche con del cibo perlopiù fritto, bottiglie fresche, pacchi di biscotti, spazzolini da denti, stoffe, ciabatte, gelati ( giuro).
Le persone lo sanno e si preparano per l’acquisto al volo, anche perché a volte la fermata è solo un breve rallentamento, quindi sbrigati, scansati, prendilo pure per me, l’ho detto prima io, troppo tardi alla prossima.
A est di Accra il paesaggio cambia moltissimo, sia il colore della terra sia i villaggi sono diversi, e cambiano di ora in ora.
Per strada, i termitai svettano in grossi pinnacoli di terra rossa che risaltano nel verde. Alcuni sono alti come case.
La zona di keta è un posto molto suggestivo, una lingua di terra con villaggi e coltivazioni che fa da separazione tra la laguna e l’oceano. È un luogo tranquillo, di grandi orizzonti sconfinati di acqua o campi.
Il Wild Camp di Antonella e Yao è qui, a due passi dall’oceano, di cui si sente il canto, ed è una piccola isola di compromesso tra Africa e Italia.
Non ve lo descriverò, perché venirci è una sorpresa e come sapete sono contraria agli spoiler.
Però una foto con quella luce che mi ha stregata ve la metto.

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Purtroppo, manca il seguito. Il ritorno ad Accra, la visita alle gallerie d’arte (di cui una sull’oceano), le considerazioni sulla vita degli expat di lusso, e la bellissima mezza giornata a Casablanca (tutta un’altra Africa). Chissà che un giorno non mi decida ad aggiungere…

 

  • aprire il divano letto in soggiorno, stendersi con libro e gatto (uno sull’altro, e viceversa) e leggere per un’ora
  • versarsi un bicchiere di vino, scegliere musica adatta, e cucinare per quando arriveranno gli amici
  • attardarsi dopo il lavoro per una passeggiata non programmata
  • mangiare dalla pentola
  • fare ginnastica in mezzo alla stanza, rimandando qualunque altra incombenza
  • passare a vedere il mare tornando a casa
  • organizzare un aperitivo all’ultimo minuto
  • stare in silenzio un giorno intero

 

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https://www.yaoyaomavanas.com/

Sono mesi che per le sirene si preparano correnti di novità, e che io ve lo ripeto in vari modi.

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Beh, vi sarete accorti che alla fine sono arrivate. Le mie sono eclatanti, e rendono giustizia a tutta la preparazione mentale e fisica, e a tutte le rinunce fatte e da fare, e le vostre? 

I miei “presagi astrali”, infatti, dicono che per molte di noi il cambiamento in atto è uno sconquasso, cercato ma nondimeno sorprendente, di abitudini e sicurezze. Qualunque sia lo stato d’animo, siamo nell’onda, ora c’è solo da nuotare.

Ma per le altre si tratta più di punti di vista. Non fatevi il torto di pensare che sia meno faticoso o meno nobile, non c’è niente di più fatale che ritrovarsi in disaccordo con i se stessi di un attimo prima.

Entrambe le condizioni, comunque, mettono fame. Se anche voi siete ingrassati, è tutto normale. Ci siamo solo zavorrati contro i mulinelli.

Hop hop.

Da una mesata o due  ho realizzato con grande lucidità, consapevolezza e notevole self-control che sono diventata una palletta informe e fuori forma.

Cioè, una forma ce l’ho, ma è a palletta.

In altri momenti della mia vita ho assistito costernata alla deformazione progressiva dovuta al cocktail Età + Bagordi (che hanno dei nomi, anzi ne approfitto per salutarli caramente: vino, salsine, intingoli, verdure gratinate unte, formaggi, birra, patatine e moltissima frutta secca di ogni tipo, ciao amici!).

Stavolta no. Non so perché. Forse perché sono morbida e voluttuosa, e se è vero che ci sono i coscioni e la facciona, è vero anche che sono cresciute pure le tette, e devo dire che ogni tanto fa piacere averle. Il fatto che i pantaloni non entrino più è effettivamente un problema, ma potrei ovviare con delle braghe che per eufemismo chiameremo da odalisca, e sono certa che farei comunque una certa figura.

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Francesco Paolo Michetti “Odalisca”

La parte seccante è quella del fuori forma. Intanto per una questione di ruoli. Con il lavoro che faccio, avere i rotolini e non riuscire ad alzare un peso (o tenere una posizione) per più di 30 secondi è davvero poco rassicurante per i pazienti.

E poi in Ghana ho provato a fare surf.

Avete notato i verbi? Non ho fatto surf, ho provato a fare surf.  Perché le braccia non mi reggevano, e non riuscivo a fare il primo dei passaggi necessari a salire sulla tavola, quello di stendere le braccia. Non stiamo parlando di acrobatica, stiamo parlando di stendere le braccia.

Io alzo persone di 100kg, com’è mai possibile?

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Così, complice il fatto che il ginocchio mi fa ancora male e quindi non avrebbe senso segnarsi in palestra o a ballo non potendo fare metà degli esercizi (non ho scelto il ballo più adatto, va detto) da un dieci giorni ho deciso di fare alcuni (pochi) esperimenti di workout domestico.

E ho già delle considerazioni da fare:

  1. Meno male che è domestico: sudo così copiosamente che se dovessi andare da qualche parte dovrei portare tanta di quella roba che mi passerebbe la voglia (leggi: un cambio completo, l’occorrente per la doccia, acqua, immagini votive per ricordarmi su cosa biastimare, ecc).
  2. I miei tutorial preferiti sono quelli in cui la tipa (o il tipo) stanno lì a sudare come me, c’è un cronometrino che fa il conto alla rovescia di quanti secondi di quella specifica tortura mancano, e basta. Niente chiacchiere, spieghe, sorrisi, nulla. Solo musica di merda che dovrebbe dare la carica ma poi va beh, è opinabile. Ma mi piace, che non parlino. Il mio cervello impreca ad altissimo volume, quindi comunque non sentirei.
  3. A parte oggi, che per cena ho avuto un pollo talmente grasso e del vino talmente corposo che la prossima volta faccio fare il workout anche a loro, di solito la faticata predispone ad una alimentazione più virtuosa, se non altro perché le braccia non riescono neanche ad alzare la forchetta.

Siccome il mio problema, come detto nel post precedente, è la costanza, vedremo come va a finire.

E soprattutto quando.

Per ora, ho perso un kg.

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Come alcuni sanno, da qualche tempo mi diletto in letture diverse dai romanzi, che pur tanto hanno allietato la mia vita di lettrice.

Questa diversità è iniziata con una sana voglia di romanzi storici (che purtroppo non hanno accresciuto di una virgola la mia capacità di ricordare nomi e date)

…poi con una comprensibile voglia di neuroscienze (cose accessibili come Oliver Sacks, non vorrei spacciarmi più sapiente di quanto non sia)

…passando per altri testi di divulgazione scientifica, soprattutto in ambito medico. Una fase divertente, costellata di organi felici: “la pelle felice”, “l’intestino felice”, “il pene felice” (non l’ho finito, il pene sarà stato felice ma chi l’ha scritto è un barbogio), e ovviamente l’ineccepibile e molto ben scritto “Libro della vagina” che anche se nel titolo non è indicato, posso assicurare che è felice anche lei di non essere maltrattata con informazioni approssimative e pratiche dubitabonde.

Non paga, c’è stato un breve periodo di manuali di self-help, mindfulness, easy thinking e altre locuzioni inglesi per dire che ce la facciamo pigliare bene anche se il mondo è quello che è. Ma ho scoperto che la terapia su quello aveva funzionato meglio, e sono passata oltre. E poi, parlavano troppo spesso di Resilienza, sul cui argomento la penso come Cuoro.

Da un paio d’anni sono comparsi dei libri molto molto semplici di alfabetizzazione finanziaria ed economica, perché di soldi non ci ho mai capito niente, e siccome dice che ad oggi regolano il mondo, non vorrei andare in giro come fossi una smutandata al fashion week. Cioè, sia chiaro, non è che leggere di come i soldi vengono percepiti, usati, accresciuti, investiti da gente che lo sa fare ti fa veramente pensare di poterli percepire, usare, accrescere o investire. Tu rimani lì dov’eri, ma con quello spirito da esploratore dilettante che comunque riconsola. Sempre smutandata, ma con una graziosa borsetta, per restare nel paragone.

Ma ciò di cui mi sembra il caso di parlare sono i recenti manuali e articoli su marketing, comunicazione, grinta, leadership, e tutto il pacchetto che -a quanto pare- un vero libero professionista (anche se reticente come me) non può non conoscere.

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Ne ho letti a decine, e vi voglio risparmiare la fatica.

Al di là delle strategie, decaloghi, consigli, punti esclamativi, mappe mentali, il tutto si riduce sempre all’atteggiamento mentale.

Che dovresti avere “da vincitore”. Da fico. Da ricco. Da indomito.

Io avevo letto male e pensavo fosse una cosa di dormire. Invece no, anzi secondo qualcuno il fatto che io mi svegli ad un orario osceno in preda alle smanie è un ottimo inizio! Perché c’è tanto tempo per la tua routine pre-lavorativa che prevede: meditazione-lavoro su progetto numero1-ginnastica più o meno estrema-hobby numero1

Poi dopo puoi lavorare. Possibilmente senza distrarti (metti per esempio con la tecnica del pomodoro, che devo ammettere con vergogna che è efficace davvero).

Il fatto che io stia nel letto per mezz’ora sperando di riaddormentarmi, poi mi arrenda (per carità non vogliamo queste parole MAI) all’evidenza che ormai non è aria e mi alzi, è oltremodo disdicevole, anzi è proprio da perdenti (ma non dobbiamo usare queste parole perché la rivoluzione inizia da come ti percepisci).

Poi che con un velenosissimo caffè (ve lo devo dire, che la colazione deve essere healthy? No, è ovvio.) io vada in giardino a smadonnare perché i bruchi mi hanno timbrato le foglie degli avocadi non è assolutamente una mentalità vincente. Perché quelli fichi veramente, imprenditori dentro, come minimo i bruchi se li vendono a qualche entomologo matto (che in questo caso chiameremo “la nostra nicchia di mercato”)

Vogliamo parlare del fatto che perdo ore su facebook mio malgrado? Ma per piacere, i veri Leader non perdono tempo, non hanno dipendenze occulte, non procrastinano, e non usano in modo indegno le preziose energie dedicate a loro stessi.

Ma sopra ad ogni altra cosa, la mia nemesi, la parola che trovo OVUNQUE, che si parli di gente grintosa o di filantropi realizzati, di marketing delle puppeapera, o neanche a dirlo di Professionisti Aggiornati è:

COSTANZA

E’ il Sacro Graal della competenza, la Chiave del Successo, la Premessa gloriosa di ogni progetto Vittorioso. La Misura dell’abnegazione. La migliore amica della Motivazione, e il motivo per cui io sono l’ultima degli scalzacani.

Perché  io sono costante solo nel mangiare, e oltre ad aver messo su delle belle forme morbidose non ho comprensibilmente ottenuto molto altro fino ad ora. E ora sappiamo perché. Ma che devo fare? Mi metto le sveglie, mi segno i calendari, guardo a Notevoli Esempi come suggerito, e dopo due giorni sto lì che invece di fare il progetto numero 1 -che poi mica mi ricordo cos’era- sto a cambiare posto alle orchidee che secondo me stanno meglio sull’altra finestra. Ci dev’essere un gene della costanza che non si esprime a dovere.

Anzi, per essere onesta oltre alla ciccia posso segnalare un’altra novità: la comparsa di una fastidiosa sensazione che mi accompagna da quando ho individuato il mio deficit. Assomiglia a uno che venga con te in metropolitana e mentre tu ti fai i fatti tuoi tenga costantemente una luce puntata sul tuo neo peloso.

Lo puoi ignorare, e altrettanto faranno gli altri (che nel frattempo stanno anche loro lì col cellulare a combattere con chissà quali dipendenze), ma insomma alla lunga eh! Ma non hai nient’altro da fare, nì?!

Quindi adesso, con grande maturità e consapevolezza ( allenata probabilmente nel periodo self-help) ho deciso che è ora di passare ad altre letture.

Pensavo a qualcosa sulla psicologia dei gruppi.

E siccome le Mustelidi mi hanno regalato un ebook, stavolta sarò anche molto moderna.

Come Libera Professionista Veramente Affermata non basta, però ammettiamolo: dà un tono.

 

Ed eccoci all’appuntamento estivo con l’oroscopo immaginario per creature immaginarie ma non per questo meno reali.

Dite com’è possibile.

Insomma. Anche Breszny si inventa le cose, non vedo perché a me dovete chiedere conto a lui no. Dunque cominciamo.

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Sireno e sirena russi del 1886, lui hipster lei appoggiata all’aria, sono stupendi.

 

Alcune balene, così come i delfini, dormono con mezzo cervello alla volta. Pur essendo un sistema molto pratico, il mio suggerimento per le prossime settimane è di evitare qualunque tipo di coinvolgimento a metà. Quando sei sveglio, sii sveglio, perché si preparano grandi cambiamenti* . La pianificazione richiede il massimo dell’entusiasmo, della creatività e della lucidità. Nondimeno, il riposo deve essere davvero rigenerante per essere efficace, quindi ti consiglio anche di approfittare della generale dilatazione estiva di giornate e orari, per oziare senza ritegno e senza pensare ad altro.

*Non ci credi ? Fai bene. NESSUNO può sapere cosa accadrà, men che meno  “uno sferoide luminoso di plasma che genera energia nel proprio nucleo attraverso processi di fusione nucleare” . Comunque visto che il suggerimento è buono, se ti piace usalo.